Tappe della disfatta

SCAFFALE

Dopo l’indigestione dei tre anni in cui abbiamo assistito in mille modi alle celebrazioni del centenario della Grande Guerra, recentemente ci è capitato di leggere questo “Tappe della disfatta” di Fritz Weber, edito dalla Mursia & C. già nel febbraio del 1965.
L’interesse di questo libro deriva dal fatto che la guerra è vista da uno che sta dall’altra parte della trincea, cioè da un tenente austriaco, per il quale i nostri combattenti sono i nemici.
Weber non esalta né denigra i nostri soldati; sono semplicemente quelli che combattono per opporsi a loro, gli austro-ungarici, chiamati dai campi e dai loro lavori per combattere a nome dell’Imperatore.
E così assistiamo ai meticolosi preparativi da ambo le parti per scavare e minare la roccia sotto il monte Cimone per provocare un crollo che avrebbe seppellito centinaia dei rispettivi nemici; sono arrivati prima gli austriaci, che hanno asportato la cima del monte, con i relativi nostri combattenti all’interno.
Dopo la descrizione dell’attacco austriaco che non è riuscito a sfondare sul Pasubio, con lodi sperticate di Weber alla micidiale precisione dell’artiglieria italiana, la scena si sposta sull’Isonzo, dove si è svolta tutta una serie di cruente battaglie, con continue sanguinose perdite e riconquiste di poche centinaia di metri della brulla montagna carsica.
Impressionante poi la descrizione della disfatta di Caporetto, con l’esercito italiano praticamente in fuga e l’esaltante avanzata degli austro-ungarici, inebriati da una vittoria ormai a portata di mano.
Una avanzata che fu fermata sul Piave, dove si svolse la battaglia decisiva, molto incerta fino alla fine; ci sono momenti in cui l’ equilibrio fra i contendenti è così precario che con un nonnulla avrebbe potuto risolversi a favore dell’uno o dell’altro.
Qui ci è parso di cogliere che l’esito dello scontro sul Piave, più che dalla disponibilità dei mezzi, sia dipesa dal morale dei combattenti che si contrapponevano; gli austriaci, secondo Fritz Weber, erano arrivati a produrre il loro massimo sforzo, oltre il quale non potevano andare; da questo deriva la caduta del morale dei combattenti che non riescono ad aver ragione della resistenza del nostro esercito, dove invece il morale era esaltato dalla volontà di non cedere, quello che nella canzone si esprimerà con “non passa lo straniero”.
Quindi l’avventurosa ritirata, con le ultime inutili morti, con i soldati che vogliono solo ritornare ai loro campi e con il loro tenente caparbiamente impegnato, tra mille difficoltà, a riportarli entro i confini della patria; una patria che ormai si ha la sensazione non esista più, per lo smembramento che l’impero austro-ungarico subirà per effetto della sconfitta.
Insomma, sembra dirci Fritz Weber, la guerra è assurda da qualunque parte la si guardi.

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