Un albero di panoce

QUANTESTORIE!

009_Panoce

Recentemente, una domenica mattina, in chiesa il sacerdote ha ricordato a noi fedeli che quel giorno era la Giornata delle Missioni. E per sollecitare le nostre offerte ci ha portato la testimonianza di un missionario che ci ha parlato della sua esperienza, non ricordo fatta dove. Anche perché si tratta in genere di interventi che si somigliano più o meno tutti; fu così che invece di ascoltare quello che il missionario raccontava, la mia mente si è messa a girovagare nello spazio e nel tempo, e sfuggendo anche alle mie intenzioni è arrivata al mio paese natio, Zugliano, negli anni ’50 del secolo scorso, e in particolare alle Giornate Missionarie così come si vivevano allora.
Intanto per noi bambini era implicito che il Missionario fosse un sacerdote bianco e che la gente da evangelizzare fosse tutta “coloured”, pur nella diversità dei luoghi e delle razze. Barbuto e ascetico, con i capelli lunghi e la lunga tonaca bianca, nelle immagini di rito il Missionario alzava ieratico il crocifisso sulla moltitudine di moretti o di cinesini inginocchiati ai suoi piedi ad ascoltare le parole della loro salvezza. A volte invece era il Missionario ad essere in ginocchio, e intorno a lui volavano nugoli di frecce mentre veniva circondato da orde di diabolici infedeli infuriati; l’icona più gettonata era comunque quella del Missionario seduto all’ombra di un grande baobab che catechizzava i negretti seduti scalzi per terra.
Quel che più mi attraeva nella Giornate Missionarie di allora era comunque una strana processione, una processione che oggi definiremmo multietnica, che coinvolgeva i ragazzi e le ragazze della Dottrina Cristiana, e non gli adulti. Non so se questa processione fosse solo un’usanza locale del nostro paese; i coetanei di altri paesi non ricordano di averla fatta, e comunque anche da noi non durò a lungo.
Punto di partenza e di arrivo di questa come di altre processioni era il “Castello”, cioè il sagrato della Chiesa parrocchiale, che viene ancora così chiamato; di lì la processione si snodava fino in Crosara, dove con un ampio giro si invertiva il senso di marcia e si tornava in chiesa.
Per cercare di animare la processione le maestre di Dottrina Cristiana truccavano alcuni di noi in modo da rappresentare le razze da evangelizzare. Così, con turacciolo bruciacchiato annerivano la faccia di un bambino dai capelli ricci e mori, facendolo diventare un improbabile negretto, per quanto allora di negretti veri non ne avessimo mai visti. Il cinesino lo si otteneva vestendolo con una lunga veste di seta gialla, annualmente riciclata insieme con un cappellino a pagoda tenuto fermo da un elastico sottogola su cui in modo strategico era attaccato il tradizionale codino, mentre con una matita per gli occhi venivano disegnati dei sottili baffi a U.
Tutto questo era comunque coreografia, mentre la vera sostanza della processione della Giornata Missionaria era tutt’altra; quel giorno tutti i ragazzi arrivavano in chiesa con un ramo d’albero sulle cui diramazioni era state impiantate dalla parte del torsolo delle pannocchie di mais; pannocchie che naturalmente, per non doverle “scartossare”, erano già state spogliate dagli “scartossi” che le contenevano.
Com’era naturale c’era tra i ragazzi una forma di gara per trovare il ramo d’albero con più diramazioni e quindi con più pannocchie.
Diciamo che in media ci si orientava con rami con 3 o 4 pannocchie; non mancava naturalmente chi se la sbrigava con uno striminzito rametto biforcuto e quindi con due sole pannocchie; non ricordo ragazzi con una sola pannocchia mentre ho ben presente veri e propri alberi di pannocchie che si era costretti a portare a turno in processione.
In genere queste erano le performances dei ragazzi dei Monti, cioè della parte collinare di Zugliano e che noi vedevamo solo la domenica a Messa e Dottrina, perché loro la scuola la frequentavano in pluriclassi nella Scuola dei Monte”, vicino al Monte de Vale.
Per loro, un po’ discriminati dai “piazzaroti”, era motivo di orgoglio avere l’albero con più pannocchie di tutti; noi, vista la fatica di portarlo, sentivamo meno dolorosa la sconfitta.
All’ora di Dottrina ci si muoveva in processione, formando un fiume di pannocchie che dal sagrato della Chiesa scendeva fino in Crosara, girando attorno alla sacra rappresentazione di moretti e cinesini compunti, e si ritornava sul “castello” dove prima di entrare in Chiesa solerti sacrestani separavano le pannocchie dai rami; alla fine il risultato della processione era una catasta di rami e parecchi sacchi di sorgo. Una benedizione e la Giornata Missionaria era finita, con grande soddisfazione di tutti. La barbosa “dotrinacristiana” quella domenica si era risolta in una passeggiata ottobrina, un po’ coreografica, c’era l’orgoglio del proprio ramo, grande o piccolo che fosse, e del gesto generoso del donare qualcosa per aiutare i missionari; c’era naturalmente il parroco, oltre alla bella processione, aveva legna per tutto l’anno. Il sorgo pensiamo venisse venduto e il ricavato mandato alle Missioni.
A rivivere quelle esperienze a distanza di 60 anni, è inevitabile che, gustato il calore del ricordo nostalgico, si faccia qualche considerazione che allora non si aveva la maturità di fare. Direi meglio che mi è sopravvenuto una speci di dubbio morale che allora non mi sarei mai posto. Facendo i conti della serva, 3 fratelli che portano un ramo con, mi tengo basso, sole 3-4 pannocchie (fra l’altro per orgoglio si sceglievano le migliori, fanno un totale di 10-12 belle pannocchie prorompenti di chicchi di granoturco; non male! Solo che la nostra famiglia… non aveva campi! Ciò significa che noi le pannocchie dovevamo andare a prenderle (per non dire rubarle) nei campi altrui.
Se poi penso che nella nostra contrada fatta di case abitate da famiglie operaie, tutti avevamo l’orto ma di sicuro nessuno vi piantava sorgo… Mi fermo perché dentro mi sta crescendo uno strano disagio. Non so se mi possa assolvere il fatto che ad accompagnarci in chiesa alla processione della Giornata Missionaria era papà Piero, cattolico integrale e persona integerrima. Se ci fosse qualcosa di sbagliato lui ci avrebbe impedito di farlo.
E dopo questa raffazzonata auto-assoluzione, dopo aver mentalmente chiesto scusa in memoriam a Nenei Magoni e agli altri proprietari dei campi di sorgo vicino a casa nostra, torniamo col ricordo alla maestosità di quel fiume di pannocchie cui ho anchio contribuito.