Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto

SCAFFALE

scansione0001Siamo da sempre patiti di Francesco Guccini cantautore, con quelle sue canzoni ‘impegnate’ in cui il testo a noi dice molto più della musica, considerata elemento accompagnatorio.
Quando Francesco Guccini ha dichiarato e mantenuto l’intenzione di smettere di cantare, per dedicarsi alla narrativa, visti i suoi primi incerti tentativi, ci siamo tutt’altro che entusiasmati; il ribelle, quello che cantava del ferroviere anarchico, si era imborghesito ed aveva scelto il più comodo mestiere di narratore pantofolaio.
Quando ci siamo trovati di fronte al libro “Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto”, più che dal titolo che rievocava in qualche modo Jerome K. Jerome, siamo stati attirati da ‘Guccini’, scritto a caratteri cubitali, quasi a dirci che importante era l’autore, non il contenuto.
Superando a fatica questa considerazione, abbiamo letto il libro in questione.
Dopo un’introduzione, ‘Fotografie’, in cui Guccini denuncia la mania che tuttora imperversa di fotografare tutto e tutti, sempre e comunque, l’opera si articola in 13 racconti divisi in 4 sezioni, Riti di Passaggio, Fantasmi, Sulla strada, Matti, concludendosi con “L’uomo che reggeva il cielo”.
È difficile in realtà parlare di racconti, perché si tratta più che altro di osservazioni dell’autore, di ricordi del mondo della sua infanzia sugli Appennini tra la Toscana e l’Emilia Romagna.
Siccome con Francesco Guccini siamo in qualche modo coetanei, questi suoi ricordi ci permettono di confrontarli con i nostri ricordi di giovinezza, in cui abbiamo vissuto le stesse situazioni o quasi.
Così la festa di un matrimonio, con gli sposi che vanno in chiesa a piedi, seguiti da un corteo, il lancio dei confetti in segno di improbabile prosperità (‘i se sposa tuti siori’), e quindi il pranzo che sfamava una persona per una settimana.
C’è poi l’occasione del funerale, dove in processione si accompagna i feretro in chiesa, ma gli uomini restano fuori a raccontarsi storie e vicende di vita.
E poi il gatto Pallino, fedele e unica compagnia della signora Tina, che resta nel ricordo dell’autore per lo stretto legame tra la donna e l’animale.
Questi sono i personaggi che popolano i racconti, o ricordi di Francesco Guccini, personaggi descritti con una certa nostalgia e umanità, al punto da sentirli vivi, parte di una civiltà che l’autore non vuol lasciar andare, anche se invece se ne è inesorabilmente andata.
Eppure, manca in quei racconti la poeticità, intesa come essenzialità cui siamo stati abituati nelle canzoni, dove il testo supportato dalla musica rendeva vivi i personaggi, come nella canzone ‘Il frate’.
Francesco Guccini narratore è certamente piacevole da leggersi, ma le sue canzoni… tutta un’altra musica.

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