Un ragazzo d’oro

CINEMA

221_RagazzoOroPuò darsi che Pupi Avati avesse buone intenzioni nel soggetto di questo film, magari ottime; solo che non gli è riuscito di tradurle in un film convincente. Stiamo parlando di “Un ragazzo d’oro” il film recentemente presentato al Cinema San Gaetano di Thiene nell’ambito dei Cineincontri 2015.
Tema di fondo del film sembra essere quello della paternità irrisolta o ritrovata, con un figlio, Davide (Riccardo Scamarcio) che solo dopo la morte del padre riesce a cercare di instaurare quel rapporto con lui che in vita non c’era mai stato.
Davide Bias è un giovane creativo di una agenzia pubblicitaria, che scrive racconti rifiutati dagli editori ma che soprattutto vive in un stato psicologico di disagio che cerca di reprimere con sedute di psicanalisi e con psicofarmaci. Nemmeno il rapporto con la fidanzata è normale, contorto da una forma di gelosia forse più inventata che reale.
La morte del padre e le ipocrite condoglianze di circostanza del mondo dello spettacolo lo abbattono ulteriormente fino spingerlo a misurarsi con suo padre sul piano della produzione letteraria, in cerca di quel successo che lui non è riuscito ad ottenere.
Al funerale c’era anche una editrice, Sharon Stone, con cui il padre di Davide sembra aver avuto una relazione extra-coniugale, una delle tante secondola moglie interpretata da Giovanna Ralli, a conoscenza del fatto che Achille Bias stava scrivendo un sofferto romanzo che invita il figlio a trovare, essendo interessata ad una possibile pubblicazione.
Anche quando finalmente Davide riesce a trovare la password per entrare nel computer del padre, il fantomatico romanzo non salta fuori, tanto che il figlio decide di scriverlo lui, come fosse di suo padre, consegnando i singoli capitoli negli incontri con l’editrice.
Questo enorme sforzo letterario porta Davide ad una grave forma di esaurimento, tanto da dover essere ricoverato in un ospedale psichiatrico.
È da paziente dell’ospedale che Davide assiste al trionfo del romanzo “di suo padre” con tutti i riti dei premi letterari.
Alla fine decide che quello dell’ospedale è il suo mondo, dove ha trovato un equilibrio di vita che fuori di lì non riesce a mantenere, e decide di restare ospite, rinunciando alle relazioni sia con l’editrice che con la fidanzata.
Parlando del film “Un ragazzo d’oro” Marzia Gandolfi trova che “non c’è altezza… non c’è la trasformazione teorica in un discorso filmico, in linguaggio umano. I personaggi in scena sono legati dal copione ma slegati nella logica…” mentre la regia di Avati “colpisce per la sua inconcludenza.” Non volendo infierire oltre, pensiamo che basti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *