Una stagione di re-make

TEATRO

TEATRO SOCIALE CENTRO TETRALE BRESCIANO MACBETH “La rassegna teatrale Thienese 2016/2017 si è conclusa, ci permettiamo di dire, con luci e ombre.” Questo il giudizio della nostra esperta di teatro, Rita Busin, alla fine del programma di rappresentazioni. Un giudizio che evidentemente condividiamo in pieno, ma che vorremmo in qualche modo tentare sviluppare ed approfondire.
Se la stagione precedente era stata caratterizzata, in modo a volte provocatorio e irriverente dal tema della omosessualità, questa 37^ stagione ci è sembrato sia stata caratterizzata dai re-make, cioè dalla riproposizione in chiave moderna di testi tradizionali o classici.
Questo ci sembra un ovvio sintomo di una povertà di idee e di proposte dell’attuale momento del teatro italiano che non avendo nulla di nuovo e valido da offrire (a parte gli esperimenti cervellotici del teatro sperimentale di nicchia) si adagia su se stesso e si limita a riproporre i drammi classici del teatro italiano.
È questa una povertà culturale che non riguarda solo il teatro, ma si estende anche ad altre forme di espressione artistica, che in più campi si dibatte tra la fissità della tradizione e il salto nel buio dell’innovazione sperimentale, mancando quell’elaborazione artistica che dovrebbe coniugare i due momenti in una fase intermedia di evoluzione.
In questa povertà di proposte culturali, nel campo della drammaturgia si assiste alla preoccupante insistenza dei re-make, cioè delle riletture dei testi classici in chiave che si suppone “moderna” o attuale.
Noi siamo molto scettici su questi tentativi, soprattutto quando finiscono per falsare l’originale a cui dicono di rifarsi.
E così abbiamo dovuto assistere ad un re-make di “Madame Bovary” in versione incubo horror, dove il romanticismo di Gustave Flaubert da dramma personale diventa un esasperato incubo esistenziale.
Non si è salvato nemmeno William Shakespeare, con un “Macbeth” caricato di tinte così forti che sono molto lontane dalla tragica poeticità del cigno dell’Avon, fatta di equilibrata misura pur nella abissale profondità del sentimento. Come dire che, per fare Shakespeare, ci vuole Shakesperare!
A “La locandiera” di Carlo Goldoni si è voluto aggiungere un B&B che sarà di effetto ma che non basta certo a rendere moderna una commedia che ha il profondo sapore dell’intrigo settecentesco; ha senso, ci chiediamo poi, far cominciare l’ “Arlecchino il servitore di due padroni” in una soffitta dove gli attori tirano fuori i loro costumi da bauli pieni di polvere? Era davvero quella la nostalgia del Goldoni per la sua ormai perduta Venezia?
Noi, in linea di principio non siamo contrari ai re-make, purchè rispettino, se non la forma, almeno l’intima sostanza e la profondità dei capolavori a cui si ispirano (anche perché, come Rita Busin cita da Italo Calvino, “un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire”), senza travisamenti e gratuite intensificazioni che ne rompono l’intrinseco equilibrio consacrato dai secoli.
Se si vuole cambiare, se urge tentare vie nuove, si abbia il coraggio di farlo, lasciando in pace Shakespeare, Flaubert e Goldoni. Se poi vogliamo innovare, a Thiene c’è sempre la Zonta, che in questo campo può offrire una valida esperienza.

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