Benzina e segatura

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336_Caltrano[Intervento nella Serata di presentazione dell’opera “Benzina e Segatura” di Caspian Woods il 2 settembre 2016 a Caltrano.]
“È con una certa emozione che porgo il mio doveroso saluto e il mio ringraziamento alle Autorità, alle Associazioni, agli Organizzatori e a tutti i presenti qui convenuti, in particolare ai nostri illustri ospiti stranieri che con la loro presenza danno a questo incontro una dimensione internazionale.
Si potrebbe piuttosto considerare se valga la pena di produrre tutto questo sforzo organizzativo, mettere as-sieme qui persone così importanti, per una pubblicazione di sole 48 pagine, più la copertina.
Sto parlando di “Petrol and Sawdust” (Benzina e sega-tura) che Christopher Woods (Colombo) ha raccontato al figlio Caspian, il quale ne ha curato la pubblicazione, na-turalmente in inglese; tra gli altri, Colombo ne ha fatto omaggio di una copia all’amico prof. Benito Gramola, con tanto di dedica autografa, il quale me lo ha dato da leg-gere.
Potrei dire che l’opera a prima vista potrebbe essere considerata una delle migliaia di biografie di persone che hanno partecipato alla 2 guerra mondiale, uno dei tanti racconti personali, di cui nel Regno Unito c’è una vastis-sima letteratura, non solo stampata ma anche on-line, se solo si pensa al sito internet della Bbc WW2 People’s War.
Eppure già da una prima lettura io ho avvertito subito che, al di là delle vicende autobiografiche, piacevolmente raccontate, nel racconto di Colombo c’era qualcosa di più, emanava un qualcosa di molto importante che volevo far conoscere anche ad altri.
Per questo mi sono impegnato nella traduzione in italiano di “Petrol and Sawdust”; soprattutto nella preparazione per la stampa ho cercato il più possibile di mantenere la forma e la struttura dell’originale: stessa copertina, stesso testo, per quanto tradotto, stesse immagini, perché era la stretta aderenza all’originale che doveva dare al lettore italiano quanto io avevo sentito nella mia prima lettura.
Molti sono i punti del racconto di Colombo al figlio Ca-spian che io considero molto importanti, molto al di là del semplice testo scritto, anche perché si aprono su aspetti ed eventi che ci portano in profondità dentro la WW2 nella nostra zona; elencarli tutti richiederebbe troppo tempo per cui mi limito ad alcune considerazioni su alcuni di essi.
Christopher Woods si arruolò per la guerra direttamente dalla scuola, frequentando un corso per ufficiali, nel quale ottenne buoni risultati, tanto da avere in qualche modo diritto a scegliere la propria destinazione. Gli inizi comunque non furono così promettenti, tanto che finì persino per spararsi ad un piede. Fu anche aggregato come istruttore ai paracadutisti della Nembo, con cui mi-gliorò il proprio italiano che aveva cominciato a studiare durante il viaggio verso l’Europa sul manuale Teach Your-self Italian di Hugo. Alla fine scelse di entrare nel SOE (Special Operation Executive), perché, come disse al figlio Caspian “aveva bisogno di azione”.
Lo scorso 14 agosto a Bocchetta Paù ho cercato di deli-neare la storia della Missione SOE “RUINA” con la quale la notte tra il 12 e 13 agosto di 72 anni fa, Christopher Woods venne paracadutato insieme al maggiore John P. Wilkinson, comandante, e all’operatore radio il caporale Archibald Douglas. Incontrando un gruppo di partigiani locali fu loro offerta della grappa e un po’ di polenta, che secondo Colombo sapevano appunto di “benzina e sega-tura”. La Missione RUINA era una delle Missioni Alleate or-ganizzate dal SOE britannico (“Set Europe Ablaze”! era stato l’ordine di W. Churchill), e dall’OSS americano, Offi-ce of Strategic Service, con cui venne preparato lo sforzo finale della guerra.
Il target della Missione RUINA, è detto chiaramente in “Benzina e segatura”, era di creare un Comando Unico delle diverse formazioni partigiane operanti sul territorio che va dal Garda al Grappa. Si trattava di creare un col-legamento tra le formazioni stesse in modo che, ad un ordine dato dal Quartier Generale Alleato, i partigiani dei territori occupati avrebbero dovuto provocare il massimo possibile di ostacoli al nemico, in particolare l’interruzione delle principali linee ferroviarie e stradali nel nord-est dell’Italia.
Siamo nell’estate del ’44, il fronte delle Forze Alleate comandate dal gen. Dwight Eisenhower, era già a Firenze e con l’operazione Olive si proponeva di sfondare la Linea Gotica, superando gli Appennini e quindi passare il Po, di-lagando nella pianura padana, mettendo così fine alla guerra in Italia.
In questa campagna finale della guerra le Forze Alleate sapevano di poter contare su un vantaggio non indiffe-rente: la diffusa presenza nel territorio occupato dai te-deschi di una popolazione a loro favorevole, che li consi-derava come liberatori, insieme con la presenza di forma-zioni partigiane operanti localmente che avevano lo stesso obiettivo di liberare l’Italia dall’occupazione nazista.
J. P. Wilkinson e Christopher Woods, (ora divenuti Frec-cia e Colombo) erano stati istruiti sul fatto che, cito David Stafford, “a nessuna istanza politica deve essere permes-so di interferire con l’esecuzione dei vostri compiti, che sono puramente militari” .
Christopher Woods ci racconta, a volte in forma di dia-rio, tutti i viaggi sulle nostre montagne fatti da Wilkinson e da lui per cercare di raggiungere lo scopo per cui erano stati paracadutati. Freccia in particolare, che forse più di Colombo ragionava da militare, continuò a prendere con-tatti con tutti, soprattutto quando il Comandante Unico designato, Cugini, declinò l’incarico, e Freccia dovette sul posto operare altre scelte, dopo aver preso su sé per un periodo la funzione di comandante unico.
Il Comandante Unico per il quale Freccia alla fine aveva optato era il Comandante della Brigata ‘Garemi’, Alberto (Nello Boscagli), in quanto da lui considerato militarmente più esperto; una scelta fatta cadere dalle opposizioni ideologiche delle altre formazioni partigiane, in quanto Alberto, combattente in Spagna, era comunista. Per que-sto, fra le foto che scorrono, ho volutamente inserito l’immagine della Conferenza di Jalta in cui Churchill e Roosevelt sono seduti accanto a Stalin, quasi una machia-vellica, o forse semplicemente pragmatica, dimostrazione che in guerra “il fine giustifica le alleanze”.
Quanti, nei suoi frequenti ritorni in Italia nel dopoguerra, sono entrati in confidenza con Chistopher Woods, sono soliti dire che lui era loro amico, un amico sincero che senza offendere diceva le cose che pensava. Lucida, per esempio, la sua analisi militare di quella che lui definisce la Battaglia di Asiago, che è poi il rastrellamento di Granezza del settembre ’44. Su questo fatto storico Colombo osserva che, essendo i partigiani stati presi di sorpresa, significava che “le reti di spionaggio partigiane non erano state all’altezza” e soprattutto che accettare lo scontro aperto con 10 mila rastrellatori non era stata una tattica propria della guerriglia.
Fallito ormai il tentativo di creare il Comando Unico par-tigiano, Freccia si dedicò a preparare il momento finale della guerra, soprattutto quando nel gennaio del ’45 fu paracadutata la Missione SAS (Special Air Service), dal nome in codice COLDCOMFORT, che era addetta al sabotag-gio delle linee stradali e ferroviarie, comprese quelle per il Brennero.
Il 22 febbraio ’45 sul diario della Missione “RUINA” si legge “Tutti gli incontri sono falliti a causa degli intrallazzi politici”; John Wilkinson chiese alla base di mandargli in aiuto un nuovo comandante, perché cercasse lui di unifi-care i gruppi partigiani. Come dire che non demorse fino alla fine, mentre Colombo commenta lucido “comunque non mandarono nessuno ed è dubbio che questo avrebbe fatto la differenza”.
Quindici giorni dopo, l’8 marzo il maggiore John P. Wil-kinson venne ucciso in Val Barbarena. In proposito Woods scrive che “ancor oggi in Italia continua la discussione sulla morte di John. Quello che si sa è che era stato a Tonezza. Era sulla via del ritorno (vicino a Posina), cadde in un’imboscata e fu ucciso. Una teoria cospirativa italiana sostiene che sia stato eliminato dai partigiani comunisti. Una più recente teoria sostiene che lo abbiano ucciso formazioni non-partigiane, o che sia stato denunciato ai fascisti perché sarebbe stato troppo vicino ai comunisti.” A me sembra ridicolo questo guazzabuglio di teorie con-trapposte da cui risulterebbe che Freccia sarebbe stato ucciso dai comunisti perché troppo vicino ai comunisti. “Tuttavia – conclude Woods – la spiegazione più probabile è che si sia trattato di un incontro fortuito con una pattu-glia fascista.”
Io sono d’accordo con Christopher Woods sulla teoria dell’incontro fortuito, aggiungendo un ulteriore elemento e cioè che, come è emerso successivamente, quella che ha incontrato era una pattuglia di nazisti altoatesini e che tra loro c’era un ex partigiano che lo riconobbe come membro di una Missione Alleata. Ora, secondo un preciso ordine di Hitler del 18 ottobre 1942, il Commando Order, tutti i membri dei commando nemici, una volta catturati, avrebbero dovuto essere fucilati immediatamente sul po-sto.
Recentemente, parlando a Bocchetta Paù, ho detto che suona comunque terribile quanto Colombo, col suo tipico pragmatismo inglese, nel citato “Benzina e segatura” os-serva e cioè che, mentre eravamo ancora in guerra, i re-sistenti italiani stavano già ‘combattendo la pace’ ‘fighting the peace’; un ‘fighting the peace’, dicevo, che per certi versi continua ancora, anche se quelle che allora appari-vano come divisioni ideologiche a forti tinte contrapposte, oggi appaiono più che altro come differenti tonalità di uno stesso, diffuso grigiore.
Ecco perché, da parte mia, da qualche anno ho scelto di guardare alla Resistenza italiana nel suo complesso, non dal gioco delle assurdamente perduranti polemiche interne, con reciproche accuse e contro-accuse, ma dal punto di vista di quelle Forze Alleate che erano venute a liberarci.
David Stafford, uno studioso britannico che si è avvalso sistematicamente dell’opera di ricerca storica dell’amico Christopher Woods (Archivio Woods), ha efficacemente affermato che tutta l’azione del SOE e dell’OSS americano durante la seconda guerra, può essere vista come la ‘CIN-TURA’ che ha permesso di collegare le Forze Alleate con la Resistenza italiana, soprattutto quando di fronte alla riti-rata, per i tedeschi, il Veneto, dove operavano contempo-raneamente ben 5 Missioni SOE, divenne la loro naturale via di fuga.
Questa saldatura, per quanto imperfetta e travagliata, tra Forze Alleate e formazioni partigiane fu resa possibile dal fatto che, da una parte, gli Alleati sapevano che i membri delle varie Missioni SOE e OSS in Italia, in gene-rale, e nel Veneto, in particolare, avrebbero trovato una popolazione loro favorevole e una Resistenza che, pur di-visa, era fortemente collaborativa: e, dall’altra parte, la popolazione e le forze partigiane sentivano che quei co-raggiosi ragazzi erano venuti a combattere e morire per aiutarli a liberarsi dal ventennale giogo del fascismo e dagli orrori della guerra nazista.
Popolazione, soprattutto rurale e forze partigiane, che consideravano i soldati delle Forse Alleate come dei libe-ratori, per proteggere e salvare i quali, siano stati essi Pow, piloti alleati e quanti erano braccati e perseguitati dal nazi-fascismo, erano disposti a rischiare le loro case e spesso la loro vita. È questa quella che Roger Absalom chiamò “la Strana Alleanza”, mentre per me è la vera, to-tale Resistenza degli uomini liberi che si allearono con altri uomini liberi contro la tirannia e la violenza del nazi-fascismo.
Da parte mia, nel ringraziare per questa mia presenza insieme ad ospiti così qualificati, spero di aver dimostrato che da questo agile libretto, oltre alle interessanti note biografiche, spesso pervase da uno humour tutto inglese, emergono considerazioni ed osservazioni che ci permet-tono di guardare alla Resistenza da un punto di osserva-zione più alto e completo. Cioè dal punto di vista di uno che, come Colombo combatté in guerra ed operò in pace con quello spirito di libertà portato qui dalle Forze Alleate, dimostrando ancora una volta che, per quanto diversi, unendo le nostre forze possiamo vincere le battaglie della vita così come quelle della storia. Per questo io considero “Benzina e Segatura” un piccolo grande libro, di cui rin-grazio non solo Christopher e Caspian Woods ma anche quanti ne hanno permesso la pubblicazione e la diffusione anche in Italia.

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