Venivamo tutte per mare

SCAFFALE

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Anzitutto si deve subito dire che si tratta di un romanzo corale, dove la voce della narratrice rappresenta tutto un gruppo di donne che attraverso di lei si esprime.
Stiamo parlando di “Venivamo tutte per mare” di Julie Otsuka, pubblicato dalla Bollati Boringhieri nel 2011. Lo strano è che il titolo originale sarebbe “The Buddha in the Attic”, che tradotto farebbe “il Budda nell’attico”.
La dimensione corale si riferisce ad un gruppo di donne giapponesi, molte delle quali ancora bambine, che agli inizi del secolo scorso, vengono sposate per procura, con un congruo rimborso alle famiglie, a degli emigrati giapponesi negli Usa, dove vengono trasportate su una nave con tutti i disagi, le condizioni e le discriminazioni tipiche di quelle si-tuazioni.
Il viaggio è pieno di speranze, soprattutto per vedere se il marito è corrispondente a quello delle foto attraverso cui si sono sposate per procura. C’è sulla nave tutto un intrecciarsi di amicizie femminili, con cui si entra insieme nel mondo dei sogni, con le grandi aspettative delle fanciulle di quell’età.
L’impatto con la terra americana e soprattutto con l’uomo che le ha scelte e pagate, è certamente meno poetico di quanto avessero immaginato. Ritrovano in America la condizione servile della donna senza diritti del Giappone, che di giorno lavora e di notte deve sottostare alle esigenze sessuali dei mariti, a volte con botte e violenze di ubriachi che sfogano sulla debole moglie le loro insoddisfazioni.
A poco a poco, col duro lavoro che non ha tregua e con l’arrivo dei figli, si sviluppa quel piccolo benessere basato sul lavoro della terra, soprattutto in California, dove c’è la specializzazione della coltivazione degli ortaggi e delle fragole.
È un po’ la storia di tutti gli emigrati che nella terra di accoglienza, a prezzo di enormi sacrifici, riescono lentamente ad integrarsi, con i figli che ormai si sentono più americani che giapponesi.
Questo finché l’attacco giapponese di Pearl Harbour non solo fa decidere agli Usa l’entrata nel 2^ conflitto mondiale, ma anche pone gli emigrati giapponesi in una situazione particolare di potenziali “nemici in patria”. Tanto che il presidente Usa Franklin D. Roosvelt decide di considerare i cittadini americani di origine giapponese come “potenziali nemici”.
Le famiglie giapponesi devono abbandonare le loro case e perdere le loro proprietà; vengono ammassate in campi di concentramento, non si sa se per tenerli sotto controllo (come risulta a noi) o in attesa di rispedirli via nave verso il Giappone; ci vien da considerare che questo succedeva negli Usa, patria della democrazia, proprio mentre in Europa lo stesso trattamento era riservato agli ebrei.
Il libro non ha un protagonista di cui si possa seguire la vicenda, per quanto emblematica; è tutto il gruppo di donne arrivare via mare che raccontano, per cui ad ogni passo l’autrice si dilunga a raccontare cosa è successo a questa e a quella, con una insistenza che non disturba ma che fa la qualità dell’opera.