
Anche se non è mai stato tra i nostri autori preferiti, per quanto abbia venduto milioni di copie, abbiamo acquistato il romanzo “Il cerchio dei giorni” di Ken Follett, edito da Mondadori nel 2025, nella speranza che essendo ambientato ai Stonehenge ci facesse capire qualcosa di più di quando conosciamo su un luogo che, pur non avendo mai avuto l’occasione di visitare, ci ha sempre interessato per quel di misterioso che contiene.
Follett ambienta il racconto nel 2500 avanti Cristo quando un gruppo di abitanti della Grande Pianura decide di ricostruire con pietre il grande Monumento che fino ad allora era stato di legno.
Si tratta, abbiamo capito, di un complesso monumentale a forma di cerchio, una specie di orologio per contare le settimane in base a dove al mattino il sole si alza sull’orizzonte.
Sappiamo tutto minutamente invece di come le pietre sono state trasportate attraverso la Grande Pianura, per la genialità di Seft e l’entusiasmo della sacerdotessa Joia, facendole scivolare su una pista di tronchi e fogliame su una enorme slitta di legno trainata da un centinaio di persone, fino ad essere collocate e issate una dopo l’altra sul posto dove rimarrà nei secoli.
Il tutto naturalmente tra disinvolti amori bisessuali, tra continui conflitti tribali che solo gli uomini sanno inventare per riuscire ad ammazzarsi l’uno con l’altro, in un modo di vita che ci riporta a tempi anteriori alla scoperta e all’uso del ferro, ma che non è di molto diverso dalle prepotenze di Putin, Netanyhau e Trump.
Una narrazione che si estende per circa 700 pagine, con una lentezza narrativa e una ripetitività estenuanti che, dato il luogo, rende quasi magico l’arrivo all’ultima pagina.