Abbiamo sempre diffidato dei premi letterari, anche perché non sempre il giudizio delle giurie risponde a quello che noi cerchiamo in un libro, cioè il piacere di leggere.
Una ulteriore conferma ci è venuta dal romanzo “I convitati di pietra” di Michele Mari, vincitore del 80° Premio Strega, 2026.
Lo spunto della trama è certamente originale; una classe di 30 liceali, dopo la maturità, decide di trovarsi ogni anno per una cena, durante la quale organizzano quasi per gioco quella che poi chiameranno la ‘riffa’; cioè raccolgono una cifra ciascuno che nel tempo, compresi gli interessi, andrà a formare un capitale che sarà suddiviso tra gli ultimi tre compagni che sopravviveranno agli altri.
Impegnati a sopravvivere, gli ex liceali conducono la loro vita normale, con tutte le vicende e le tragedie del vivere oggi, trovandosi comunque annualmente a cena, durante la quale, oltre ad avere il riscontro finanziario del capitale accumulato, rendono conto di eventuali assenze per morte di ex compagni di classe, oltre che relazionare sui rispettivi acciacchi personali.
È una strana gara che consiste di fatto nel sopravvivere agli altri e che si prolunga fino ad un avveniristico 2050 quando, ormai ultra novantenni, i sopravvissuti guardano con amarezza ad un copioso premio in denaro che inevitabilmente avranno poco tempo e poche possibilità di godere. Il finale non ci piace raccontarlo.
C’è indubbiamente nell’autore una buona capacità di delineare i personaggi del racconto, alcuni dei quali ben approfonditi, mentre altri, dato il loro numero, solo abbozzati.
Quello che secondo noi manca è il ritmo narrativo, con una narrazione lenta e frammista di elementi per noi di scarso interesse.
Non sappiamo poi se questo concetto di una vita da vivere più a lungo possibile per vincere un premio finale sia in qualche modo, secondo Michele Mari, una metafora della vita umana in generale; quello che ci pare manchi nel romanzo è l’aspirazione dei nostri liceali a impostare e cercare di vivere una vita il più possibile piena di valori umani e sociali, per contribuire a rendere più giusta la società del tempo che ci è dato di vivere. Insomma, almeno per noi, morire ricchi da soli non vale lo sforzo della ‘riffa’.