Guccini: ha cantato la nostra libertà!

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Com’è nostro stile ormai consolidato, abbiamo lasciato decantare l’emozione e il dispiacere per la morte di Francesco Guccini, per non confonderci con i coccodrilli di circostanza che hanno accompagnato il triste evento.
Sarà che per questo artista abbiamo da sempre avuto una particolare sensibilità, oltre alla grande ammirazione, ma nei discorsi dei giorni in cui la sua morte è stata la notizia, non abbiamo colto ben chiaro il senso e il valore della sua arte, così come espressa nelle sue canzoni.
Molti hanno colto aspetti particolari, l’impegno civile, l’amore per la natura, la nostalgia per la sua Bologna, ma un quadro a tutto tondo non ci è stato dato di leggerlo o sentirlo.
La definizione di Francesco Guccini che più si è avvicinata al nostro sentire è venuta da un qualcuno, non identificato, che lo ha chiamato “un cantore della libertà”.
Da una prima fase di ribellismo, diciamo, sessantottardo, quello dell’eskimo per capirci, Guccini è passato ad un senso più sociale delle libertà civili come ambito di espressione della propria dignità umana, per finire in una fase più matura e meditativa in cui la libertà significa soprattutto sintonia con la natura, ammirando “il miracolo della castagna”.
Non sappiamo se questo tentativo di tracciare una evoluzione all’insegna della libertà umana da parte di Guccini, sia del tutto condivisibile; certo lo è stato per noi che in questa dimensione lo abbiamo sempre seguito e non solo ammirato, entrando con lui in una specie di sintonia culturale.
Noi, lo si sarà capito, non siamo musicofili e delle canzoni ammiriamo più il testo che la musica.
Inutile dire che i testi delle canzoni di Francesco Guccini interpretavano la nostra sensibilità nei confronti dei temi trattati; spesso pochi versi cantati con il suo tipico accento bolognese o emiliano che sia, riuscivano a concretizzare in modo chiaro preciso e convincente quello che noi avevamo confusamente in testa.
E così in una sintonia liberatoria con le sue canzoni in questi decenni abbiamo visto cadere gli aquiloni del nostro ’68, abbiamo dovuto assistere ad un progressivo ma inesorabile scadimento di valori sociali e umani, che Francesco stigmatizzava con particolare, a volte feroce, ironia, abbiamo dovuto vivere l’attuale degrado del berlusconismo, con il ritorno di ideologie condannate dalla storia e fuori della nostra Costituzione.
Francesco Guccini ha sempre cantato quello che la storia del dopoguerra avrebbe dovuto insegnarci e che invece, assuefatti alla violenza e alla guerra, non riusciamo più a considerare, come le persone “passate per il cammino” negli Auschwitz di oggi.
Ecco allora che, per salutare Francesco Guccini e ringraziarlo per aver cantato il nostro profondo bisogno di libertà, vorremmo concludere con la canzone con cui lui stesso di solito chiudeva i suoi concerti: “ e corre, corre, corre la locomotiva!”

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