Amo le triglie allo scoglio

SCAFFALE

Quando abbiamo visto questo libro, con un titolo decisamente alla Camilleri, “Amo le triglie allo scoglio”, scritto da Bruno Luverà e Vincenzo Mollica, edito dalla Rai Libri nel 2025, proprio non abbiamo resistito; l’occasione era troppo ghiotta.

I due giornalisti ripercorrono puntualmente in quasi 400 pagine la vita di Andrea Camilleri dalla sua nascita e infanzia trascorse nel profondo della Sicilia, con l’inevitabile abbeveramento alle fonti letterarie di Luigi Pirandello e di Leonardo Sciascia.
Poi l’esperienza della scuola per attori e per registi a Roma, con le prime esperienze teatrali tra tradizione e innovazione, l’arrivo alla Rai con le prime famose regie televisive e l’incontro di personaggi come Gino Cervi e Eduardo De Filippo.
Una carriera nel mondo dello spettacolo che si interrompe quando Andrea Camilleri decise di diventare scrittore, fino al determinante incontro con Elvira Sellerio, dell’omonima casa editrice palermitana, dove la sua produzione letteraria si suddivide in romanzi storici su fatti accaduti in Sicilia e i romanzi polizieschi che hanno come protagonista l’ispettore Montalbano, divenuto popolare nella serie televisiva con l’interpretazione di Luca Zingaretti.
Non sono pochi i lettori che, pur apprezzando Montalbano in tv, hanno desistito dal leggere Camilleri a causa dell’uso nei suoi libri del “vigatese”, cioè di un linguaggio in cui l’italiano si mescola con il dialetto locale; noi non siamo tra quelli, noi da sempre siamo convinti della lezione di Luigi Meneghello che cercava di recuperare all’italiano l’espressività del dialetto; così, con un piccolo sforzo, abbiamo imparato quella decina di termini siculi, magari ricorrenti, che ci hanno permesso di leggere e soprattutto gustare quanto Camilleri andava scrivendo, cavandone un succo che a volte era persino inebriante.
Forse perché Vincenzo Mollica sta vivendo lo stesso dramma della progressiva cecità, la parte finale della vita di Camilleri raggiunge una profondità umana, non sappiamo se definire titanica o abissale, comunque enorme attraverso la mitica figura di Teresia.
Lo spettacolo all’anfiteatro di Siracusa in cui Andrea Camilleri ormai cieco impersonò Tiresia rappresenta in qualche modo il suo testamento spirituale, in cui congiunge l’attualità della nostra civiltà con la cultura millenaria della sua Magna Grecia, insegnandoci che un cieco, proprio perché non è disturbato dalla realtà visiva del presente, può capire meglio il senso della esistenza umana.

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